Le sue ultime parole 5° puntata di Piazza CastelloTempo di lettura: 7


Passano le canzoni e le brutte sensazioni iniziano ad allentare i loro effetti.

Appoggiata a lei, ondeggiando mi conduce in un ballo dolcissimo e lento. Non esiste più nulla intorno a noi. Cambiano i brani e noi continuiamo a danzare. Anita non dice una parola, mi tiene stretta a sé ed è come essere sollevata da terra tanto mi sto lasciando andare tra le sue braccia.

Fermo il passo, scosto la testa dalla sua spalla e spontanea le dico “mi sto innamorando di te”.

Ferme, ci guardiamo. Nessuna difesa, ma solo un momento vero, magico. Un bacio sigilla parole importanti ed è senza pretesa di seduzione o malizia, è indifeso e fragile come noi.

Mi bacia la fronte e mi chiede “resta qui questa notte”. Non esito un secondo e rispondo con un sì.

Quasi del tutto passati i sintomi dell’ansia, guardo Anita e le dico sorridendo: “ho fame”.

Anita sembra felice di questo. Prende due grandi cuscini dal divano, li posa a terra davanti alle vetrate e dice: “ceneremo qui. Tu intanto siediti, io arrivo subito”.

Mi siedo e mi godo il panorama che è davvero unico per chi ama questa città.

Arriva con due immensi piatti su cui ha messo un po’ di tutto ciò che ha preparato.

“Ecco anche il vino, mademoiselle”.

“E’ bellissimo qui e tu sei incredibile. Non ti facevo così romantica”.

“Infatti non lo sono, o almeno non mi hanno mai detto di esserlo. Con te, ciò che faccio, è istintivo.”

“Cucini davvero bene, brava Anita.”

“Grazie, avrei voluto farlo di professione ma mio padre mi voleva laureata in economia, non voleva una cuoca”.

“Anche i miei genitori hanno preteso una laurea, a me bastava il diploma. Sognavo una carriera da sportiva e non certo di finire in uno studio notarile.”

Anita prosegue: “per mantenermi agli studi, visto che non volevo nulla da mio padre, ho fatto la modella per qualche anno”.

“Davvero?” le chiedo con stupore.

“Sì, nessuna sfilata importante, però in quel periodo ho compreso di essere omosessuale. Perché più gli uomini mi avvicinavano e mi corteggiavano e più io fuggivo da loro. Poi un giorno una compagna di università mi ha messo la lingua in bocca e tutto è stato chiaro” e scoppia a ridere proseguendo “da allora voi donne siete il mio più grande problema”.

“Io invece ho scoperto la mia omosessualità a furia di cambiare ragazzi. Li trovavo simpatici, di qualcuno ammiravo anche il fisico, ma finivo sempre con innamorarmi delle loro sorelle. Mi innamoravo anche delle mie professoresse, ricordo che una di musica mi fece andar fuori di testa. Aveva capito di me, ma ovviamente giocava senza andare al sodo dato che ero minorenne.”

Cambiando completamente discorso, domando a bruciapelo: “come hai conosciuto Annie?”

Vedo Anita un po’ tesa nel rispondermi: “Annie l’ho conosciuta a Londra tramite suo padre. Incontrata poco dopo essermi trasferita lì”.

Incalzo: “ma cosa c’entra suo padre? E Londra?”.

Anita cerca di spiegare: “ad assumermi è stato suo padre. È il presidente della società per la quale lavoro. Sono stata assunta qui in Italia, ma la vera gavetta e crescita professionale le ho fatte nella sede di Londra. Annie attualmente è direttore della sede londinese, mentre io sono stata ritrasferita qui a Milano da meno di due anni”.

La risposta mi irrigidisce, taccio e Anita prosegue: “Annie è una donna molto bella e desiderata. Io ero parecchio concentrata sul lavoro, sulla mia crescita professionale e mai e poi mai avrei pensato alla figlia del presidente come ad una ipotetica fidanzata. Fu lei a corteggiarmi per prima, riunione dopo riunione, fino all’invito a cena e lì calammo entrambe la maschera”.

Con tono secco le domando: “a lei cosa devi per la tua carriera?”

Anita mi guarda dritta negli occhi e fiera risponde: “nulla, mi sono guadagnata la mia posizione senza favori. Anzi, suo padre quando venne a conoscenza della nostra relazione, mi creò non poche difficoltà aspettando un mio passo falso”.

Carica di ironia la incalzo: “quindi non ce la leveremo mai dalla palle questa Annie?”

“Sei gelosa?” mi chiede Anita.

“Molto, ma più che altro mi dà molto fastidio che sia ancora nella tua vita!”

“Gaia non devi fare così, purtroppo dovrò frequentare Annie perché è un mio superiore e con certi clienti internazionali collaboro e collaborerò con lei.”

Sussurro: “che fortuna”.

Bevo d’un fiato il bicchiere di vino, per poi concludere con un “tornerete insieme, me lo sento”.

Silenzio.

Anita gioca nervosamente col bicchiere, si morde le labbra e poi sbotta: “così però è faticoso Gaia!”

Si alza di scatto e prosegue: “io non posso continuare a difendermi e darti rassicurazioni su rassicurazioni. Sono qui davanti a te e mi sto mostrando per quella che sono. Ci stiamo conoscendo. Tu non mi dai fiducia ed io non posso investire energie e tempo in questo tuo gioco di provocazioni”.

La vedo nervosa e reagisco bruscamente: “non è un gioco Anita. Ho impiegato due anni per uscire dagli strascichi di una relazione e so il prezzo che si paga. Divento insicura quando penso che tu hai chiuso praticamente ieri e sembri imperturbabile e così decisa su di noi”.

Mi alzo di scatto e alzando anche il tono esclamo: “io sto mettendo la mia vita nelle tue mani!”

Vedo Anita avvicinarsi a me e puntare il dito indice vicino al mio viso per poi urlare: “io non la voglio la tua vita tra le mie mani!”

Poso il bicchiere anche se la voglia di spaccarlo a terra è tanta, corro verso la porta d’ingresso, recupero borsa, giacca e me ne vado.

Sono in ascensore ed il cuore batte a mille, respiro veloce.

Apro il portone e l’aria gelida mi investe e mi riempie i polmoni, respiro. Non piango, vorrei ma non riesco.

Sento nel cuore un misto di solitudine e angoscia. Ho voglia di correre ma i tacchi me lo impediscono.

Cammino, cerco di ricompormi e tranquillizzarmi. Ci riesco.

Mi sento una povera illusa. Una che aveva creduto che dall’altra parte ci fosse lo stesso sentimento, la stessa voglia di mettersi in gioco, invece!

Percorro veloce via dopo via, cammino con passo trasandato cercando di restare in equilibrio su quelli che mi sembrano trampoli più che tacchi.

Comincio un dialogo interno che si stratifica di domande a cui non so dare risposta.

Così domanda dopo domanda mi ritrovo quasi a casa, rallento il passo per farmi raggiungere dal passo svelto che mi segue, spero sia Anita, ma superata da questo ragazzo scanzonato che fischietta, decido che probabilmente con Anita è finita qui, stasera.

Mi preparo una tisana e mi sento al sicuro tra queste quattro mura, immersa nei miei colori natalizi.

La tv proietta immagini di cui non seguo il filo. Cambio canale in continuazione e cerco di non pensare.

Sono le due e tra cinque ore suonerà la sveglia.

Decido di andare a dormire, purtroppo questa casa mi parla un po’ di Anita e non è facile prendere sonno.

Fissando il soffitto, rivivo le emozioni provate su questo letto, vedo i suoi sorrisi luminosi e sento la sua calda voce.

Fotogramma dopo fotogramma sono le quattro e finalmente Morfeo mi abbraccia.

Suono di sveglia, barcollo fino al bagno e mi preparo ad affrontare questa ultima giornata di lavoro.

Solita attesa, solito tram ma oggi ho musica nelle orecchie e nulla da leggere.

Playlist random e mi accordo che le canzoni sono tutte strazia cuore ed io potrei mettermi a piangere. Spengo.

Scendo e cammino verso l’ufficio, rivedo quel caffè, ma prima che la paranoia mi colga, vengo salvata dal gruppo di WhatsApp creato da Silvia, “Renne e Babbe” con cui invita me e altre amiche alla cena della vigilia, domani.

L’attività d’ufficio è quasi nulla, ore diciassette taglio del panettone e brindisi coi colleghi.

Ore diciotto rientro verso casa ma non prima di essermi fermata a far scorta di cioccolato nel negozio di Venchi. Ho bisogno di sedare l’angoscia che ho dentro.

Non un messaggio da Anita. Io non scrivo.

Le sue ultime parole sono state per me un colpo al cuore e a quarant’anni non ho più voglia di farmi sparare.

Cerco di non pensarla, ma è quasi impossibile.

Con questo stato d’animo incerto, decido di spegnere il telefono e di dedicarmi alla mia cena in solitaria, perché quando hai troppe parole nel cervello, non c’è miglior cosa del silenzio per metterle in ordine.

 

Fine 5° puntata di Piazza Castello

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