Passa un’altra settimana.
E continuiamo a scriverci. Costantemente.
Io, che di solito rispondo ai messaggi come se fossero compiti da archiviare, ora mi ritrovo con il telefono in mano a sorridere come una scema.
Sembro un’adolescente.
Alle prime armi. Con troppa immaginazione e pochissima difesa.
I caffè si moltiplicano tra un treno e l’altro, tra un impegno e una call disdetta.
È un periodo incasinato, intenso, con i tempi che si allungano tra noi.
C’è paura.
C’è voglia di frenarsi.
Eppure, qualcosa ci spinge comunque avanti.
E alla fine… eccolo.
Il bacio.
Eravamo davanti alla mia macchina.
Lei mi prende la testa tra le mani — da manuale.
E il bacio arriva.
Preciso, eseguito, freddo.
Più “atto dovuto” che momento di verità.
Un bacio che ti lascia più domande che brividi.
Mi siedo in macchina e penso:
“E se mi fossi sbagliata?”
Se le sensazioni iniziali fossero state solo suggestione?
Rimango interdetta.
Ma decido: voglio dare un’altra possibilità a quel bacio.
Passano altri sette giorni.
Sette.
Nel frattempo, continuo a bere caffè.
Poi, di nuovo, lei mi accompagna alla macchina.
Un altro pomeriggio qualsiasi.
Una piazza qualsiasi.
E…
Succede.
Il bacio. Quello vero.
Caldo.
Bagnato.
Morbido.
Il bacio.
Quello che ti fa tremare le ginocchia e dimenticare dove sei.
Che ti mozza il fiato.
Che ti fa ansimare senza vergogna.
Eravamo in una piazza affollata, erano le cinque del pomeriggio.
Ma per me era deserta.
Sentivo solo noi.
Solo il nostro piacere che cresceva in una bolla silenziosa e rovente.
Le avrei messo le mani ovunque.
Subito.
Lì.
Poi, come nei peggiori cliché, qualcuno ci interrompe.
Un passante.
Disturbato dalla visione.
Lui si indigna.
Io mi sistemo i capelli.
Lei ride.
E io penso solo una cosa:
“Cazzo, finalmente.”