Questo spettacolo finisce qui 7° puntata di Piazza CastelloTempo di lettura: 10


Oggi è Santo Stefano ed è consuetudine per noi amiche ritrovarci a casa di Martina.

Tra di noi c’è sempre stata una forte attrazione e un reciproco debole. Ma quando io ero single, lei era fidanzata e viceversa.

Ci siamo spesso annusate e abbiamo sfiorato più di un bacio, sebbene non ci sia mai stata l’occasione o forse sarebbe più corretto dire, non abbiamo mai creato l’occasione giusta per dare sfogo all’attrazione e capire se ci fosse qualcosa di più.

Intanto il tempo è passato e le nostre vite hanno preso direzioni diverse. Attualmente Martina è fidanzata, ma ancora non convive.

A casa sua trovo già le amiche ad attendermi e anche Benedetta, la sua compagna. Io e Benedetta abbiamo un rapporto falso e cortese, è evidente che ci stiamo sullo stomaco e la ragione da parte sua è che probabilmente lei sa del debole reciproco tra me e Martina, mentre per me è il suo atteggiamento da camionista a darmi sui nervi.

Benedetta non perde occasione, come lo zio stronzo, per chiedermi “dov’è la tua fidanzata? Non sei fidanzata? Prima o poi devi presentarci una che ti sopporta!”

Interviene Silvia ed evita che io la mandi a quel paese.

Silvia ha portato anche Serena alla festa.

Serena, a parte un iniziale imbarazzo, è molto disinvolta con me, quasi audace.

Siamo tutte sedute in soggiorno, chi sul divano, chi sulla poltrona, chi a terra sul tappeto. Abbiamo i postumi della giornata precedente e sembriamo un po’ tutte delle balene spiaggiate.

Serena mi siede accanto sul divano. Da subito la avverto troppo vicina, ma lascio correre. Tra una chiacchiera e l’altra con Carla, sento sfiorare il mio esterno coscia dalla sua mano.

Arrivata al ginocchio, leggera risale la rotula e la avvolge con tutto il palmo. E lì si ferma.

Sono parecchio imbarazzata, non tanto perché qualche amica sgomita e bisbiglia guardandoci, ma perché non si è resa conto che non ho assolutamente voglia che mi tocchi.

Decido che è il caso di parlarle e con una scusa mi faccio raggiungere in bagno.

“Serena non vorrei sembrarti presuntuosa e correggimi se sbaglio, ma credo che tu ci stia provando con me, ho inteso male?”

Lei non fa una piega: “corretto, mi piaci. E’ un problema?” Risponde un po’ risentita. Cerco di ammorbidire la situazione, “non è un problema piacerti, ma non desidero essere toccata. Non ho voglia, ho la testa altrove. Voglio essere onesta, non è il momento”.

Serena sorride e incalza: “quando sarebbe il momento? Io so aspettare. Frequenti qualcuno?”

Ribatto: “ho cuore e testa impegnati e ciò ti deve bastare”. Ho proprio detto cuore e testa impegnati?

Serena non sembra cedere, vuole giocare: “chiudi gli occhi” mi dice.

“Non ci penso minimamente”.

Ma insiste “dai Gaia, ho una sorpresa per te, ti giuro che non ti tocco e poi ti lascerò stare”.

Ingenuamente accetto e appena chiudo gli occhi, sento un bacio leggero sulle labbra e Serena che dice “intendevo che non ti avrei toccata con le mani”. Furba lei. Resto immobile e indispettita. Lei fa per ripetere il gesto, ma questa volta la fermo con decisione, allontanandola con una mano e spingendola indietro.

Guardandola fissa negli occhi pronuncio duramente “smettila, stai diventando fastidiosa!”

Serena comprende che ha passato il limite, muta e risentita gira i tacchi ed esce dal bagno.

Ritornata in soggiorno, la vedo seduta dalla parte opposta rispetto a dove eravamo prima, Silvia mi guarda con occhi enigmatici, io faccio spallucce e mi rimetto al mio posto.

Il tempo passa, decidiamo di preparare un aperitivo e ordinare delle pizze. Io sono irrequieta, l’atteggiamento insistente di Serena mi ha dato fastidio.

Raggiungo Silvia che sta fumando sul terrazzo e le racconto l’accaduto. La vedo sorpresa perché non credeva che Serena potesse essere così intrepida e sfacciata.

Ho voglia di fumare anch’io, ma la tentazione viene scacciata dall’arrivo delle pizze.

Rumore di piatti e bicchieri, bocche che masticano, chiacchiere e risate, è ciò che sento mentre consumo la mia pizza, ma mi accorgo di essere altrove con la mente.

E’ come se la voglia di rivedere Anita mi stia strappando da questa serata, isolandomi dalle altre, concentrando ogni pensiero solo su di lei.

Guardo l’ora sul cellulare e il desiderio di scriverle si fa forte. Desisto, un po’ per orgoglio e un po’ perché sono confusa. Insomma, mi sento ferita e una parte di me vorrebbe che Anita facesse il primo passo. Se mai ci sarà un primo passo.

Si è fatto tardi, mi congedo dal gruppo: “ragazze, domani lavoro e alle nove ho una riunione col notaio. Vado”.

Non sono l’unica ad abbandonare la serata.

Uscendo saluto tutte, ma non tutte ricambiano il mio saluto: Serena e Benedetta non mi degnano neppure di un cenno. Pazienza.

L’aria fredda mi avvolge, indosso il mio cappello e mi stringo nel cappotto.

Taxi o metropolitana?

Se camminassi fino a casa di Anita? Da qui, con passo spedito, potrei arrivarci in dieci minuti e da lì prendere la metropolitana.

L’idea mi piace. Sono curiosa di vedere se le luci di casa sua sono accese e perché no, magari anche di incontrarla. Sarebbe perfetto.

Cercarla in questo modo è un compromesso accettabile tra ragione e desiderio.

Passo dopo passo nella testa si susseguono pensieri e parole che la vedono protagonista, è un po’ come se le stessi parlando.

Anita fai tu il primo passo, così io mi sentirò innocente se le cose andranno male. Cercami adesso, fallo.

Sono codarda, lo so.

Riconosco in te l’emozione, un sentimento che certo ancora non posso chiamare amore, ma che forse potrà essere tale un giorno o forse no.

Ed eccomi qui sotto casa tua, col naso all’insù a fissare le tue finestre.

Vorrei che ti accorgessi di me, guarda giù, sono seduta su questo gelido e sporco marciapiede ad elemosinare la tua attenzione.

Ma è tutto buio. Nessuna luce, purtroppo.

I miei occhi guardano attraverso quei vetri in cerca di noi. Vedo te, me, il nostro ballo, sento i tuoi baci e capisco solo ora che sarei dovuta restare, avrei dovuto spaccare a terra quel bicchiere ed urlarti in faccia che davanti a te sono fragile e che non ho ragioni per non provare ad affidarti il mio cuore e in qualche modo tutta me.

E’ pazzesco, lo so. Questo trasporto nei tuoi confronti è quasi incomprensibile, ma sta di fatto che c’è.

Sarà stata colpa della tua pelle che mi sembra di conoscere da sempre. O forse perché nuda davanti a te era come se ti appartenessi da un’eternità.

Chissà se non avessimo fatto l’amore, forse adesso non sarei qui.

Mi vedi?

Una stupida donna che parla ai vetri di casa tua, una donna che non ha il coraggio di chiamarti e chiederti di raggiungerla.

Chissà dove sei e chissà se anche tu mi pensi così tanto da sentirmi sulla pelle, come io sto sentendo te.

E’ veramente tardi, io con la mia fragilità ed il mio sedere congelato andiamo a casa.

Ogni passo, ogni metro che faccio dandoti le spalle mi fa sentire triste, lontana da quei baci che tutto erano fuorché dati con leggerezza.

Casa mia.

Queste mura mi proteggono e contengono questa voglia che ho della tua pelle, del tuo profumo e del tuo sapore di fragola e tabacco. Cercarti? Forse.

Sotto la doccia ogni goccia d’acqua calda pesa sulla mia pelle, alzo il volto e lascio che il getto lavi via ogni mio pensiero.

Solita fermata, solito tram.

Ti cerco tra la gente, mi guardo attorno anche prima di scendere dal tram e di venire assorbita dall’ufficio. Un ultimo sguardo, oltrepasso il portone.

Sono distratta, nonostante l’impegno tra riunioni, contratti e atti da preparare, tu sei lì, sottoforma di chiodo fisso, ogni tanto sei un nodo in gola che mando giù con fatica. Mi manchi, l’angoscia mi prende lo stomaco e una sensazione di vuoto si impossessa di me.

Questa giornata lavorativa non sembrava avere una fine.

Nonostante sia l’ora di punta, quella solitamente più caotica e rumorosa, uscita dall’ufficio mi ritrovo tra la poca gente che anima questa città. Sembra che tutti siano ancora in vacanza, anzi sicuramente è così.

L’aria è frizzante, il sole se n’è andato da un pezzo, lasciando un cielo pesante di nuvole.

Chissà se anche tu hai già ricominciato a lavorare e come me stai attendendo che sia l’altra a fare il primo passo.

Perdo tempo tra una vetrina e l’altra, ho lo sguardo fisso su oggetti a caso. Non ho voglia di andare subito a casa.

Immersa nei miei pensieri, cammino e non mi accorgo nemmeno che i miei passi mi stanno portando verso casa tua.

Percorro tutta via Dante ed eccomi in piazza Castello. Eccomi da te.

Sono dall’altra parte della strada, mi confondo tra i turisti ed osservo casa tua. Non c’è traccia di te.

Inizia a piovere. Attendo altri dieci minuti ma nulla. Me ne vado sconsolata.

Cammino stretta nel mio giaccone a testa bassa, avverto il cappello pesante e freddo. Forse è meglio infilarsi nella metro.

Scendo il primo gradino e do un ultimo sguardo al portone di casa tua, sei tu?

Vedo due figure femminili ed una sembri proprio tu. Chiudi in fretta l’ombrello ed entri dopo di lei. Lei chi è?

La pioggia si fa più forte, la sento oltrepassare il mio giaccone e raggiungere gelida la mia pelle, resto immobile. A paralizzarmi è questa amara sorpresa.

Intravedo una luce accendersi in casa tua, a poco a poco si illuminano tutte le finestre e da qua posso vedere lei, al posto mio, guardare giù. Non sa che ci stiamo osservando, in fondo io sono una figura fra tante. Una donna fra le tante donne di Anita?

Cos’è questa tristezza nel cuore? Questo vuoto improvviso?

Ho perso tempo, ho perso te? Non ti ho mai avuta veramente e non ho mai avuto il coraggio di rivederti. Ho dato retta alle mie paure e preso tempo in attesa che tu mi cercassi o che io inciampassi su di te.

Ma tu? Tu perché non mi hai mai cercata? Lo so che sono io ad essermene andata da casa tua, ma potevi scrivermi o chiamarmi. Sai dove abito e lavoro, ma nulla.

Speravo di sbagliarmi, invece ora capisco perché non volevi la mia vita tra le tue mani.

Guardo per un’ultima volta le tue finestre e adesso ci sei anche tu con lei. Questo spettacolo finisce qui. Vado via.

La metro mi inghiotte, tremo e non so se sia a causa del freddo o della delusione di averti vista con un’altra.

La puzza di questo vagone è quasi insopportabile, un misto di odori di cane bagnato e brodo. Questo giaccone zuppo pesa e mi schiaccia, il cuore batte forte nel petto, in piedi appoggiata ad un palo, ondeggio insieme alla carrozza, non c’è resistenza in me, ma solo e soltanto la voglia di andare a casa.

Sono innamorata di te. Per quanto possa sembrare assurdo, è quello che sento e con questo sentimento dovrò fare i conti.

Arrivata a casa, chiamo Silvia e la invito a cena.

Ricevo un messaggio da Martina, ma lo ignoro completamente.

Asciugata e avvolta in una caldissima tuta, preparo la cena, Silvia arriva armata di vino e pazienza.

Le racconto tutto. Silvia come sempre cerca di farmi osservare la situazione da un altro punto di vista, ma ad un certo punto cede davanti alla mia cieca convinzione che la donna con Anita era sicuramente Annie e che gli strascichi della loro storia erano lì alla finestra davanti ai miei occhi.

“Andiamo al mare a festeggiare l’anno nuovo?” chiede Silvia e non esito ad accettare, perché ho bisogno di andare via.

Prima di andare a letto mi ricordo del messaggio di Martina: “ciao Gaia. Avrei bisogno di parlarti. Fammi sapere quando posso chiamarti”.

Visto l’orario attendo la mattina per risponderle, non vorrei innervosire il rottweiler, ovvero Benedetta.

 

Fine 7° puntata di Piazza Castello

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