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A quell'appuntamento ho capito

A quell’appuntamento ho capito 1° puntata Sentieri invisibili

Può davvero bastare un incontro casuale di lavoro per incontrare una persona che non immaginavi di incontrare in un momento in cui avevi scelto (davvero scelto) di tenere certe emozioni lontane, di lasciarle in silenzio, in disparte.

In una giornata come le altre, in una Milano grigia come spesso sa essere.
Mi affretto ad arrivare all’appuntamento (amo essere puntuale), arrivo con 20 minuti prima, mi infilo nel bar di fronte, ordino un caffè e mi siedo.
Aspetto… osservo… respiro.

Verso le 11 mi alzo, pago, ma resto ancora qualche istante.
Aspetto di vedere chi si presenterà.
Ed eccola jeans blu scuro, stivaletti tipo Dr. Martens, un maglioncino nero che lascia intravedere sotto una camicetta bianca, decorata con piccole fantasie. I capelli biondo chiarissimo, raccolti, stringeva un Mac tra le braccia, come a proteggerlo.
Mi incuriosisce.

Esco dal bar e mi dirigo all’incontro, ci presentiamo.
Ci sediamo a un tavolo, ordiniamo un caffè e dell’acqua, apriamo i nostri Mac e iniziamo a parlare di lavoro.

La osservo mentre parla.
Guardo le sue labbra, il modo in cui muove le mani mentre gesticola, il colletto della camicetta che spunta dal maglioncino. Cerco di capire che fantasia abbia… mi ricorda quelle della Naj Oleari.

Ma io… io non riesco a concentrarmi.

La sua voce mi arriva, ma io voglio sapere chi è, davvero, voglio conoscerla.
Così, con delicatezza, sposto la conversazione su un altro piano, sul personale.
Le chiedo come ha iniziato questo mestiere. E lei si racconta, con un candore quasi fanciullesco, semplice e ironico.

Poi le chiedo dove abita, una domanda neutra, in apparenza.
Ma io so bene che l’ho vista uscire da un portone che conosco, e lì non ci sono uffici solo abitazioni.
E dentro di me nasce una piccola, leggera inquietudine.
Una curiosità che pulsa, silenziosa.

C’è qualcosa di disarmante in lei, continuo ad ascoltarla, percepisco qualcosa.

E a un certo punto, come spesso mi succede quando sento una vibrazione profonda, le faccio una domanda inaspettata, diretta… forse troppo, senza filtro, senza protezioni.

La guardo dritta negli occhi scuri e profondi, quasi neri (io che ho sempre amato gli occhi chiari) e con voce calma chiedo: “Sei sposata? Hai figli?”

Lei mi guarda sorpresa, rimane in silenzio per qualche secondo.
Probabilmente stava pensando: “Ma che razza di domanda è? Ma questa… davvero me lo sta chiedendo? Ma si fa così?”

Poi, con fermezza e naturalezza risponde: “Io, figli? Ma anche no!”.

Poi indietreggia leggermente con la schiena, si appoggia allo schienale, abbassa gli occhi e con voce bassa mi sussurra: “Sono lesbica…”

In quel momento, dentro di me, ho avuto la conferma di ciò che avevo intuito, l’avevo percepito da come mi guardava.
Era un appuntamento di lavoro, sì… ma sembrava quasi un primo appuntamento.

Continuavamo a parlare, eppure dentro di me qualcosa si muoveva, forte, intenso, come se ogni parola scivolasse sopra un’emozione troppo grande da contenere.

Ci salutiamo, ci scambiamo le mail, lei va via. Io pure.

Salgo in auto, resto lì qualche minuto, sento qualcosa dentro, forte, intenso, vero.
Una sensazione che conosco bene.
Quella specie di scossa sottile che arriva solo quando riconosci, a pelle, qualcuno che ti somiglia.
Che parla il tuo stesso linguaggio, anche se non ha detto quasi nulla apparentemente.

E in quel silenzio, in quella sospensione, io ho capito.

E lì capisci che la vita ci guida attraverso sentieri invisibili che, prima o poi, si ricongiungono. Sentire quell’intensità e da quel momento tutto inizia…