Il tempo scorreva, i giorni passavano. Le nostre interazioni restavano essenziali, ridotte a scambi via mail o WhatsApp, sempre e solo per lavoro. Ma ogni volta che passavo da quella strada, il cuore mi dava un sussulto. Mi chiedevo se l’avrei incontrata, se fosse sola, magari a passeggio con il suo meraviglioso lupo cecoslovacco. Oppure con lei. E la verità è che non avrei voluto vederle insieme. Non avrei voluto assistere a un abbraccio, a un sorriso, a un’attimo condiviso tra loro.
Cercavo di non dare troppo peso a quel pensiero, lo lasciavo galleggiare senza farlo affondare nella mente. Mi concentravo sulle sensazioni che mi lasciava addosso: lo sguardo nei suoi occhi, i pochi momenti condivisi, i ricordi che riaffioravano. Ogni volta, un tuffo al cuore. Un’emozione intensa, sincera, pulita.
La mia vita, però, proseguiva. Lavoro, incontri, sguardi, a volte un orgasmo notturno strappato all’imprevisto. In quel palazzo c’era un ristorante che frequentavo con amici, prima ancora di conoscerla. Un giorno, una mia cara amica mi propose: “Andiamo a cena lì, magari la rivedrai uscire da quel portone.”
Non ne avevo voglia. Era una giornata no. Ma lei prenotò per quattro: io, lei e una coppia di nostri amici. Lei arrivò in anticipo, io ero bloccata nel traffico sotto un diluvio. Mi arrivò un vocale: “Noi siamo arrivati, ma guarda che lei è qui.”
Ferma al semaforo, risposi subito: “In che senso? L’hai vista uscire dal portone? È con il cane? Cosa intendi per é lì’?”.
I pensieri correvano più veloci della pioggia. Speravo che quel semaforo diventasse verde subito, volevo arrivare, parcheggiare, vederla. Altro messaggio: “Ogni tanto aiuta in cucina, è il ristorante di amici suoi. Le ho detto che stai arrivando.”
Non sapevo cosa pensare, felicità e nervosismo si intrecciavano. Forse anche perché la notte precedente l’avevo passata tra le braccia di una donna dagli occhi verdi intensi. Ma oggi… c’era lei. E io non sapevo se ero pronta a rivederla.
Arrivai zuppa, come sempre senza ombrello. Solo il mio cappellino nero e la giacca blu dal colletto rosso stile militare. Scivolai sotto la pioggia fino all’entrata. Lei era lì, alla porta, e mi sorrise. Un sorriso enorme. Entrai, la guardai negli occhi: “Ciao… sta piovendo forte.”
Lei mi rispose serena: “I tuoi amici ti aspettano al fondo della sala.”
Un turbine mi attraversò. Dopo tutto quel tempo, dopo tutto ciò che era successo… lei era ancora dentro di me. Sulla mia pelle.
Mi avvicinai al tavolo. La mia amica mi sorrise, sapeva già tutto. Mi tolsi la giacca, lei arrivò a salutare. Mi chiese: “Tutto bene?.”
E io, senza pensarci, le poggiai una mano sull’addome. Un gesto istintivo, inaspettato. Avevo superato il confine. Ma lei non si tirò indietro. Rimase lì. Dentro di me urlavo: “Cosa stai facendo?” “Ti prenderà per pazza, inopportuna!”.
Ma avevo bisogno di contatto. Di trasmettere qualcosa, anche senza parole. Poco dopo ci sedemmo. Feci cambiare il mio posto per poterla osservare meglio.
Durante la cena, mi accorsi che ogni tanto si spostava e mi fissava. Non solo io me ne resi conto: anche i miei amici la notarono. Uno di loro mi chiese: “C’è qualcosa che dobbiamo sapere?”.
Guardai la mia amica, sorridemmo. Poi dissi: “Sì. Mi piace. Ma ha una compagna.”
Quella sera non ricordo altro, se non il desiderio, nei giorni seguenti, di passare ancora per quella via quando ero in quella zona. Davanti al portone. Davanti al ristorante. Sperando di rivederla.
E qualche volta accadeva. Purtroppo anche con lei, la compagna. Quelle volte… erano difficili. Avrei voluto essere io al suo posto. Essere io la destinataria dei suoi sorrisi, delle sue attenzioni. Forse fu da allora che iniziai a non sopportare la sua compagna. Ma in fondo… lei c’era prima.
Nei mesi seguenti iniziai una storia con una ragazza molto più giovane, anche lei non del tutto libera. Era intensa, ma complessa. Lei mi voleva, mi cercava, mi desiderava. Mi faceva sentire desiderata, voluta. Eppure, ogni volta che tornavo in quella zona, pensavo a lei. Alla mia bionda preferita. Al suo cane.
Poi, come accade quando l’universo decide di scombinarti, lei mi cercò. Per lavoro. Un cliente da seguire. Un’opportunità per riavvicinarsi, forse. Ci scambiammo i profili Instagram. E lei mise like a una foto esplicitamente erotica. Non ho mai saputo se fosse un messaggio o una leggerezza. Ma notai che su WhatsApp parlavamo solo di lavoro. Su Instagram, di noi. Curioso. Forse perché le chat di Instagram sono meno visibili, più discrete, meno intercettabili agli occhi della sua compagna?.
Un giorno arrivò un messaggio: “Ti va di mangiarci una pizza stasera?” Ovviamente dissi di sì. Poco dopo: “Verrà anche una mia amica.” Mi sorpresi, ma accettai. In fondo, per la prima volta, avevo l’opportunità di conoscere una sua amica. Una piccola finestra sul suo mondo.
Come sempre, arrivai prima. Passeggiavo nelle vie vicine. Poi la vidi scendere da un taxi: capelli biondi sciolti, cappotto nero. Correva verso il ristorante, non mi vide.
Aspettai ancora qualche minuto, poi entrai. Lei e la sua amica erano già sedute. Io mi sedetti alla sua sinistra, lei spalle al muro. Davanti a me, la sua amica. Posizione insolita. Ma va bene.
Parlammo. Lei raccontava della sua vita privata, anche della sua compagna. Parlava di cadute, di fragilità, di attrazioni per altre donne mai sbocciate davvero. Da una parte restavo sorpresa, dall’altra pensavo: “Se è ancora con lei, ci sarà mai spazio per me?”.
Parlai soprattutto con la sua amica. Evitavo il suo sguardo, ma sentivo i suoi occhi su di me. Lei beveva un drink dietro l’altro. E ogni volta che le sorridevo, diventava rossa.
Mi dicevo: “Forse è timida, forse c’è un’opportunità”. La sua vulnerabilità mi attirava. Non riuscivo a smettere di guardarle le labbra. Immaginavo di sfiorarle con un dito, poi con il mio respiro. Farle desiderare un bacio che non arrivava mai. E poi baciarla. Forte. Profondo. Avvolgente.
Mentre mangiavo un trancio di pizza, sentii: “Sai, lei è gelosa anche di te.”
“In che senso?”
“È gelosa di te. Perché lei sa che tu sei il mio tipo.”
Colpo al cuore. Sorrisi. Non dissi nulla. Continuai a parlare con la sua amica.
Alla fine della cena, vicino alle macchine, le chiesi: “Quindi… lei è gelosa perché io sarei il tuo tipo?”
Lei rispose con un semplice: “Sì.”
Le diedi un bacio sulla guancia. Andai via.
Avrei voluto essere una piccola mosca nella sua testa. Sapere cosa pensava, cosa provava nel condividere quel pensiero. Se, in qualche modo, c’ero anch’io. Ma non importava, nella mia mente si era già attivata una modalità precisa: “Adesso vengo a prenderti. Sarai mia.”
Sapevo già cosa dovevo fare, e cosa avrei fatto nei giorni successivi.
Quella sera non le scrissi. Feci finta di nulla. Ma dentro ero un turbine di pensieri, desideri.
Il giorno dopo, aspettai le 14:00. Un orario giusto, il tempo necessario perché lei potesse calmare l’anima e pensare che forse non avrei detto nulla. E invece, le mandai un semplice messaggio su Instagram: “In fondo, lei non aveva tutti i torti.”
Immaginai che un sussulto, forse più di uno, glielo avrei provocato. E dopo poco mi rispose: “Quindi allora ti piaccio un po’?”
Dentro di me ridevo, urlavo: “Un po’? Un po’?” Ma mantenni il controllo.
Da lì iniziò una conversazione in cui capii che, almeno in quel momento, forse un po’ le piacevo. Non sapevo se fosse sempre stato così, ma ora… ora sentivo che qualcosa era cambiato.
Sapevo che stava per partire per Roma, e poco prima di farlo mi scrisse ancora su Instagram: “Ti va di prenderci un caffè quando torno?”.
Risposi solo: “Sì.”