Blog di Donne che amano le Donne.
Il nostro piccolo gioco

Il nostro piccolo gioco 6° puntata Ti va una pizza?

Alla fine, sono rimasta.
Non sono scappata, nonostante le mille scuse pronte all’uso: il lavoro, la distanza, il caos interiore, le paure che affollano il cuore quando qualcuno si avvicina troppo.
Sono rimasta.
Ho accolto tutto quello che potevo, e anche un po’ di più.
E ho capito che, sì, esiste ancora un mondo dove le attenzioni non sono strategia, ma verità. Dove la cura non è una gentilezza, è un linguaggio. E io, quel linguaggio, non lo parlavo più da tempo.

È stato, davvero, l’incontro perfetto.

Vi rendete conto che ha lasciato un bicchiere d’acqua per me sul comodino?
Che la mattina mi ha preparato la colazione — con calma, senza fretta, come se avessimo tutto il tempo del mondo?
Se per voi è la normalità, beate voi.
Per me è stata una sorpresa meravigliosa.
E sì, l’ho pensato anch’io: “La prima volta è sempre tutto perfetto.”
Eppure, a distanza di tempo, vi dico:
è sempre così.

Ogni volta che tornavo da un viaggio, c’è stato un incontro. Un piano. Un desiderio condiviso.
La voglia di vederci cresceva come cresce la fame dopo un volo low cost e due ore di ritardo.
E dentro di me, lentamente, si aprivano spazi nuovi: per le fantasie, per il piacere, ma anche per qualcosa di molto più pericoloso — la fiducia.

Per la nostra seconda cena fuori, mi ha portata nel suo ristorante preferito. Il suo posto. Il suo angolo di mondo.
Un gesto semplice, ma per me enorme. Aprire quella porta era un po’ come dire: “Ti faccio entrare davvero.”

Io ero emozionata.
Tanto che ho pensato a una sorpresa.
Un regalo.
Un piccolo oggetto di piacere. Per noi.

Ho comprato un ovetto con telecomando.
Sì, proprio quello.

Non so se l’ho fatto per gioco, per sfida, per voglia di mischiare tenerezza e desiderio.
Forse per tutto questo insieme.

Ma sapevo una cosa sola:
avevo voglia di scoprire fino a che punto potevamo andare.
In un ristorante, tra la gente, mentre ci guardavamo negli occhi come se fossimo sole.
Con un segreto caldo e pulsante che stava lì,
tra me, lei, e il nostro telecomando.

La cena era praticamente finita.
I piatti erano vuoti e l’atmosfera… perfetta. I tavoli erano così ravvicinati che bastava un respiro un po’ più profondo per toccare il gomito del vicino.
Ma proprio quella vicinanza, quel rischio sottile di essere scoperti — di essere visti — ha reso tutto ancora più eccitante.

Mi alzo con una scusa qualunque e mi rifugio in bagno.
Avevo addosso una splendida tuta, morbidissima, comodissima, praticamente pensata per affrontare una cena da manuale.
Peccato che per posizionare il mio piccolo segreto, l’adorato ovetto, ho dovuto fare acrobazie da contorsionista da cabina armadio.

Tempo stimato: tre minuti.
Tempo effettivo: sette.
Risultato: totalmente sgamata.

Esco dal bagno con la faccia da “non è successo niente” e mi siedo.
Poi, come se niente fosse, le porgo una scatolina elegante, con un cioccolatino.
Dentro, ovviamente, il telecomando.

Lei lo apre, lo guarda, poi mi guarda.
Sopracciglia alzate.
Sorriso trattenuto.
Sorpresa, curiosità, malizia. Tutto insieme.
E per un secondo — solo uno — vedo nei suoi occhi quella scintilla.
Complicità pura.

Continuiamo a chiacchierare, a parlare di tutto e niente, quando all’improvviso…BALZO.

Sì, avete capito.
È partito.

Un attimo prima stavo spiegando il mio rapporto disastroso con i voli Ryanair, e l’attimo dopo mi è mancato il respiro.

Lei si è mossa appena. Un clic.
Un sorriso appena accennato.
Ed eccolo: il nostro piccolo gioco.

Tra i tavoli, tra le risate degli altri, tra una portata e l’altra, c’eravamo solo noi.
Io che cercavo di mantenere un contegno.
Lei che studiava ogni mio movimento.
E sotto quel tavolo, silenzioso e obbediente, un alleato invisibile che trasformava ogni secondo in attesa, e ogni attesa in piacere.

Non servivano parole.
Solo quella scatolina tra le sue mani
e la mia bocca che tentava disperatamente di restare seria.