Lei era rientrata da Roma da qualche giorno, ma non avevamo ancora trovato un momento per vederci. Finché non mi scrisse un messaggio: mi proponeva di prendere un caffè insieme, prima di ripartire nuovamente per Roma. Mi mandò le coordinate del posto dove ci saremmo incontrate.
Quel club privato lo conoscevo bene. Ci andavo spesso per incontri di lavoro. Era un luogo particolare, discreto, silenzioso. Vietato usare il cellulare, proibito fare foto. Il posto perfetto per incontrarsi con intimità, lontano da occhi indiscreti. Arrivai puntuale, come sempre, e l’attesi all’ingresso. Sarebbe stata la prima volta che ci vedevamo dopo quella famosa cena e dopo settimane di messaggi sempre più chiari. Ci piacevamo. Questo era certo.
La vidi arrivare col solito sorriso, un po’ imbarazzato. Vestita, come sempre, di nero. (Ma altri colori li userà mai?) Vederla mi emozionò, e mi agitò leggermente. Salimmo in ascensore per raggiungere la zona ristoro, una sala con divani bassi, luci soffuse, un caminetto acceso. Lì, nel silenzio dell’ascensore, l’energia era evidente. Una tensione forte. Ma restammo composte.
Scegliemmo insieme un grande divano davanti al camino, in una zona riservata. Le distanze, da lì, si accorciarono in modo naturale. Ricordo che parlammo a lungo, ma anche i silenzi erano pieni. Lo spazio vitale tra noi era minimo, venti centimetri forse. Ma non ci fu alcun bacio. Probabilmente lo desideravamo entrambe, ma non era ancora il momento. Non per me.
Quando si rese conto dell’orario, mi chiese se potevo accompagnarla alla stazione. Accettai. Salì in auto con me. Era la prima volta che ci trovavamo così, fianco a fianco, nello spazio chiuso di un’auto. La corsa fu breve, ma intensa. Parlammo poco. Una tensione palpabile. Fermai la macchina. Sentivo l’imbarazzo, il desiderio, il non detto. Ma di nuovo, non era il momento. Avrei voluto baciarla. Ma non così. Non ancora.
Così feci la cosa più assurda: le offrii la guancia. Lei si avvicinò, mi baciò. Poi aprì lo sportello e se ne andò, senza voltarsi. Camminava dritta. Io restai lì, guardandola. Pensai: “Porca miseria, mi sa che ci è rimasta male.”
Poi sorrisi. E allo stesso tempo, avrei voluto rincorrerla, sbatterla contro un muro e baciarla con tutta la passione che avevo dentro. Ma no. Era troppo facile. Troppo scontato. E io volevo darle qualcosa di più. Di più profondo.
Passarono altri giorni. Ci rivedemmo, nello stesso posto, stesso orario, solita ansia da treno. Questa volta, nessuna richiesta di accompagnamento. Restammo davanti alla mia auto. E lì, finalmente, la baciai. Le sistemai il colletto del cappotto e sussurrai: “Mi raccomando, riservatezza.” Lei si allontanò. Io restai lì, pensierosa.
“Ma che cazzo ho detto? Riservatezza? L’ho baciata nel pieno di un incrocio affollato di Milano e parlo di riservatezza? Sono un’idiota.“
Chiamai la mia migliore amica. Le raccontai tutto. Fece silenzio, poi disse: “Hai detto… cosa?! Riservatezza? Non ci posso credere.”
In auto, ripensai al bacio. Secondo me, prematuro. Non era stato freddo, ma lei sembrava sorpresa. Impietrita. Forse non le era piaciuto. O forse era solo imbarazzo. Forse la tensione. Non ci conoscevamo ancora davvero. Ci poteva stare.
Altri incontri. Altro caffè. Altro treno. E poi… un altro bacio. Ma stavolta fu diverso. Questa volta esplose. Le lingue si cercavano, le labbra si mordevano. Lei iniziò ad ansimare, rumorosamente. Era eccitata. E io… io impazzivo.
Poi vidi, con la coda dell’occhio, un uomo fermo lì accanto, visibilmente scocciato. Ci stava aspettando: noi stavamo praticamente appoggiate alla sua macchina. Mi venne da ridere. Ci scostammo, lui salì in auto scuotendo la testa. Lo guardai e dissi: “Oh mamma mia, fatti un sorriso, ogni tanto.”
Sorrisi, poi la feci salire in auto. E ricominciai a baciarla. Ecco, in quel momento avrei voluto essere in un posto chiuso. Intimo. Avrei voluto baciarla per ore.
Passarono altri giorni. Dopo un mese di caffè e baci rubati, decisi che era il momento di cambiare. Ci scrivevamo tanto. Ci raccontavamo. Ci stuzzicavamo. Volevo qualcosa di più. Volevo conoscerla davvero.
Questa volta cenammo insieme. Da sole. Era come un primo vero appuntamento. Lei arrivò per prima e scelse il tavolo. Entrai, la vidi seduta. Bellissima. Mi emozionai.
Mi sedetti. Ma dentro di me, qualcosa si spostò. Volevo testarla. Capire. Chi avevo davvero davanti? Una donna che cercava una storia? Un’avventura? Una via di fuga? Una semplice scopata mordi e fuggi?
Così, come so fare io, iniziai a provocarla. Raccontai esperienze. Esplicitai la mia visione delle relazioni. Dissi che non cercavo nulla di canonico. Parlai della mia libertà. Della mia indipendenza. Delle mie regole.
Non sapevo se tutto questo l’avrebbe rassicurata o fatta scappare. Forse entrambe le cose.
La studiavo. Osservavo se restava. Se scappava. Perché, a un certo punto, lo ammetto, esagerai. Ma lei non scappò. Restò lì. E questo mi spiazzò. Mi eccitò. Perché capii che forse… forse era come me, una donna libera ed aperta alle esperienze.
Dopo cena ci spostammo nel nostro solito divano, davanti al caminetto. Ci baciammo. Lentamente. Profondamente. Con passione. Ci fu silenzio. Ci furono sguardi. Ci furono mani che si posavano leggere. Io appoggiata al suo petto. Lei sul mio.
Era profondo. Era vero.
La gente passava, sì. Ma non ce ne fregava nulla. In quel momento c’eravamo solo noi.
A un certo punto, si alzò per andare in bagno. Mi guardò e, provocante, mi chiese se volevo accompagnarla. Una parte di me lo voleva. L’altra no. Non volevo che la nostra prima volta fosse in un bagno. Non volevo ridurre tutto a una semplice scopata. Perché lei… lei non era mai stata solo questo per me.
Declinai. E secondo me ci restò male. Eravamo entrambe su di giri.
La accompagnai alla macchina. Un ultimo bacio. Un saluto.
Quella sera fu strana. Intensa. A tratti distante. A tratti imbarazzata. Alcuni momenti sarò sembrata fredda. Altri, mi sono odiata. Quando entro in quella modalità analitica, mi odio. Posso sembrare fredda, chirurgica. E forse, in parte, lo sono.
Ma lei… io l’ho sempre desiderata, voluta.
Forse è proprio per questo che divento così: perché ho bisogno che qualcuno mi voglia davvero.
Quella sera ci misi tanto ad addormentarmi. I giorni seguenti furono strani. Emozioni confuse. Ma una cosa era certa: il desiderio di rivederla non si era mai spento.
Quando pensavo ai suoi occhi, al suo sguardo… il cuore batteva forte.
Avevo deciso: la prossima volta l’avrei invitata a cena a casa mia.