Un’altra settimana se n’era andata, e questa volta niente caffè, niente saluti sbrigativi al volo tra una call e un treno. No, stavolta avevamo deciso di cenare. Con calma, come le persone adulte che fingono di avere tutto sotto controllo. Il nostro bar aveva luci più basse del solito e un’atmosfera vagamente complice. Ero nervosa, e la cosa già di per sé mi sembrava ridicola: avevamo condiviso baci, tensione e una quantità imbarazzante di messaggi, ma ora, davanti a una semplice cena, avevo le ansie da primo appuntamento. Quasi da liceale, con le mani umide e la sensazione che ogni parola potesse essere troppo o troppo poco.
Sono arrivata in anticipo, stranamente. Ho scelto il tavolo con attenzione, mi tranquillizza sapere che posso controllare almeno dove accadrà l’imprevedibile. Lei è arrivata poco dopo, sorridente ma con uno sguardo diverso. Non distaccato, non freddo, semplicemente… lucido. Come se avesse qualcosa da dire e se lo fosse ripassato in testa tutto il pomeriggio.
E infatti, senza troppi preamboli, ha messo in chiaro che non aveva alcuna intenzione di intraprendere una relazione. Una scelta, ha detto. Sta bene da sola, da molto tempo. E mentre io ancora cercavo di capire se mi stesse gentilmente scaricando o semplicemente avvertendo, ha cominciato a raccontarmi — con una calma disarmante — le sue esperienze sessuali, diciamo, non proprio canoniche. Un monologo a metà tra il confessionale e il podcast erotico.
A quel punto, lo ammetto, ho avuto un momento di silenzio interiore. Un mini black-out. Un “scusa, cosa?” mentale. Ma sono rimasta. Non so se per puro masochismo, per fascinazione o per quella fastidiosa attrazione verso tutto ciò che è potenzialmente complicato. Mi ha detto che era un test. Che voleva vedere se avrei retto, se avrei preso la borsa e salutato con una scusa imbarazzante. Invece no.
Sono rimasta.
Dopo cena, complice la poca gente e il solito divanetto imbottito, ci siamo baciate. A lungo. Senza urgenza, con quella lentezza che non si finge. A un certo punto le ho proposto di seguirmi in bagno. Avevo voglia di sentirla addosso. Ha detto no.
E con il senno di poi, ha fatto bene.
Anche se in quel momento l’avrei uccisa con lo sguardo.
Un’altra settimana, un’altra attesa. Questa volta però l’invito è diverso. Mi invita a cena a casa sua. Il grande passo, insomma. Nei giorni precedenti all’appuntamento, vedo per caso il film Follemente e mi ritrovo a pensare alla cosa più stupida possibile: “Rimango a dormire o no?”
Perché sì, per me dormire insieme è intimo in un modo che il sesso non è. Condividere il sonno, il buio, i respiri. È più nudo del nudo.
Comunque, nel dubbio, infilo lo spazzolino e un cambio di biancheria nella borsa. Chi lo sa.
Quando arrivo, sono emozionata come non mi succedeva da secoli. La casa è accogliente, curata. Tavola apparecchiata con due piccole lampade — una luce morbida che non ti mette in soggezione ma nemmeno ti fa perdere l’occasione di guardare le labbra dell’altra. Il resto del salotto è illuminato solo da candele profumate, il vino è in fresco, la cena è pronta.
Io, già lì, ero innamorata.
Perché l’attenzione mi disarma. Perché non sono abituata a essere accolta con cura, e forse nemmeno me la aspetto più.
La serata scorre come deve scorrere. Ridiamo, parliamo, beviamo, anzi bevo. Ahimè è astemia. Io cerco di mantenere lucidità e controllo, ma poi ci sediamo sul divano e il pensiero ritorna: rimango o vado via?
Non ci penso troppo.
Lei inizia a spogliarmi con calma. Mi guarda negli occhi. Non c’è fretta, ma io sì, io sono impaziente.
Quando rimango nuda sotto le sue mani, non sono più capace di razionalizzare.
Lei si spoglia. Io la guardo. Amo il suo seno.
Mi eccita da morire, proprio così com’è.
Si strofina su di me, mi provoca, mi accende.
Pulsiamo.
Mi scivola addosso e dentro.
Io la voglio, non ce la faccio più a trattenermi.
Le chiedo di toccarmi. Di entrare.
E lì, succede.
Non come nei film.
Meglio.
Mi esplora con sicurezza, come se sapesse cosa cercare. Io tento di aiutarmi, di fare come al solito, toccandomi ma a un certo punto mi accorgo che non serve.
Ha lei il comando.
È lei a guidare ogni onda.
Mi muovo, la sento, la voglio ancora di più.
Il piacere sale, sale, fino a farmi perdere il fiato.
E poi… esplodo.
In silenzio.
Dentro di lei.
Nel mio caos.