Il tempo scorreva, tra settimane e settimane di incontri. Baci caldi e morbidi, notti passate a cercare la pelle dell’altra, a perdersi nei respiri, nei sospiri. Emozioni sempre più intense, riflessioni che bussavano sempre più forte. Sì, lei mi piaceva. Ma qualcosa stava cambiando. Apparentemente tutto sembrava uguale, ma sotto la superficie, quelle mani, quegli abbracci, quei corpi che si cercavano senza tregua, non erano più solo scopate: stavano diventando qualcos’altro.
E quando succede, tutto si fa più bello, ma anche più pericoloso. Perché da una parte c’è lei, e dall’altra la sua compagna. Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile. Anzi, potrei dire che questa era la terza. E già, quella regola del “non c’è due senza tre” l’avevo sfatata. Nonostante le promesse fatte a me stessa. Le cicatrici del passato ancora bruciavano.
Ma in lei… in lei c’era qualcosa di diverso. Anche nelle sue incongruenze, nei suoi silenzi, nelle sue risposte confuse. In lei sentivo qualcosa che neanche lei riusciva a decifrare. Forse non lo capisce neanche ora. Ma io lo sentivo. Lo sentivo con la pelle, con il cuore, con ogni fibra.
Gli incontri diventavano più frequenti. Dormire insieme ormai era diventato familiare. Ma ogni volta che i nostri corpi si cercavano, ogni volta che i nostri respiri si confondevano, era come la prima volta. Ricordo ancora quella notte, quando, tramite WhatsApp, in uno dei nostri confronti silenziosi, mi scrisse quelle parole: “Mi sto innamorando di te”.
Avevo sempre saputo che sarebbe arrivato quel momento. Sentivo da tempo quella vibrazione. Ma leggerlo, leggerlo nero su bianco, fu uno scossone. Io ero nella sua stessa situazione, ma non glielo dissi. Ero entrata in modalità protezione. Perché quando ti innamori e sei l’amante, è un frontale garantito. Dieci volte su nove. Io non ero mai stata la scelta.
Mi volevano, mi desideravano, dicevano di amarmi. Ma mai abbastanza da vedermi come una storia vera. “Con te avrei l’ansia, tu sei troppo”, “Tu piaci troppo, ho paura che mi tradiresti” , “Con te dovrei mettermi in gioco, e io non sono capace.” , “I rapporti passionali sono bellissimi, ma devastanti, e io non riesco a gestire emozioni così forti.”
Ecco, mi avevano detto di tutto. Ma la verità è che le persone hanno paura di lasciarsi andare, di amare davvero, di mettersi a nudo. Io sono passionale, intensa, carnale. E sì, questo spaventa. Ma vivere senza sentirsi vivi per me non ha senso. Accontentarsi? Vivere tiepidamente? Rinunciare ad una parte di se stessi per stare in una confort zone… no non fa per me.
E così, per quanto tutto potesse sembrare bello e intenso, alla fine mi ero ritrovata a essere il bancomat delle emozioni: venivano, prendevano e rigeneravano le loro relazioni spente, ed io ne rimanevo svuotata, saccheggiata nel cuore e sulla pelle.
Nonostante tutto questo, con lei continuavo ad andare avanti. Speravo fosse diversa, che spezzasse i mio incatesimo maledetto. La cercavo, la desideravo, la volevo. Volevo darle un’opportunità, volevo concedermi la possibilità di fidarmi, di credere che potesse essere diverso. Ogni incontro diventava più profondo, più emotivo. Non era più solo sesso. Era fare l’amore, nel senso più crudo, più vero. Quando lo capisci, quando lo senti scorrerti addosso, quando ti entra nella pelle e ti vibra nelle ossa, tutto cambia. E niente è più come prima.
Ma il nodo si stringeva. I giorni passavano, i messaggi si facevano più frequenti, i baci più lunghi, le carezze più lente. Ma io… io cominciavo a implodere. Non riuscivo più a trattenere quello che provavo. Ma la paura di dirlo mi paralizzava. Perché sapevo che avrebbe avuto conseguenze. Avrebbe generato tensioni. E io non volevo ripercorrere quella strada. Ancora no, non un’altra volta.
Mi domandavo in continuazione: “E adesso? Glielo dico? E se poi scappa? Metterà in discussione la sua vita per me? E se fosse solo una bolla destinata a scoppiare?”.
Quando lei mi scrisse quel messaggio, lei era a Torino. Io ero a Milano. Passarono due giorni. Poi ci rivedemmo. Andammo a pranzo in un posto riservato. Lei era tesa. Lo capii subito. Aveva freddo. E io feci quello che mi veniva naturale: andai in macchina, presi la mia giacca di pelle e gliela misi sulle spalle. In quel gesto, avrei voluto baciarla, stringerla, dirle: “Anch’io mi sto innamorando di te.”
Ma non lo feci. Rimasi in silenzio. E mi detestai per questo. Qualche giorno dopo, me lo disse: il mio silenzio l’aveva ferita, l’aveva fatta arrabbiare… era rimasta male. E io capii. Ero a un bivio. O dicevo la verità, oppure perdevo tutto, perdevo lei.
Alla fine, glielo dissi. E fu un momento potente, ma anche carico di nuovi interrogativi. Da lì nacque un’idea in me di giocare, alleggerire il momento. Ripartire. Ricreare il nostro primo appuntamento. Far finta che fosse la prima volta. Lei accettò subito.
Quella sera fu magica. Preparai casa con candele ovunque, la tavola semplice ma curata. Indossai un jeans stretto, una camicia bianca aderente, gilet blu, sneakers rosse, e una dose generosa del mio profumo. Volevo che mi sentisse, anche prima di toccarmi.
Lei arrivò alle nove in punto. La accolsi al cancello con un semplice: “Ciao, benvenuta a casa mia.” Lei rispose con un sorriso dolce e malizioso. Salimmo, le mostrai la casa tenendola per mano. La cena fu un gioco di sguardi, di risate leggere, di parole studiate. E il desiderio saliva.
Sul divano, portai i calici di vino. Eravamo vicinissime. I nostri sguardi parlavano da soli. Avevo voglia di toccarla. Ma no, cominciai dalle labbra. Mi avvicinai lentamente, respirando. Lei aprì le sue, piano. Sentivo il suo respiro aumentare. La baciai, lentamente. Un bacio profondo, avvolgente. Un bacio che diceva tutto.
Iniziammo a spogliarci lentamente, sfiorandoci con uno sguardo che era già un anticipo di tutto quello che sarebbe accaduto. Io, però, avevo voglia di condurre il gioco. Volevo esplorarla, dominarla, farla vibrare di desiderio e attesa. Tirai fuori una corda di seta, gliela mostrai con un sorriso appena accennato. I suoi occhi brillarono. C’era complicità, fiducia, eccitazione.
Le presi i polsi, glieli legai con cura dietro la testa. Ogni gesto era misurato, lento, preciso. Le sfilai lentamente gli slip, sentendo la tensione crescere in ogni muscolo del suo corpo. Le aprii le gambe, con la stessa delicatezza con cui si schiude un segreto. E poi… nulla. Rimasi lì, a guardarla. Seduta, immobile. I miei occhi correvano dal suo viso, arrossato e acceso, al suo pube nudo, teso, pronto. La sua nudità offerta mi incendiava. C’era desiderio, sì, ma anche vulnerabilità. Era bellissima. Era mia.
Mi avvicinai con lentezza, come se volessi assaporare ogni secondo di quell’attesa. La baciai, prima lieve, poi con fame. Le mie mani iniziarono a esplorarla, la mia bocca a cercarla. Quando la penetrai, sentii il suo corpo tendersi, fremere, arrendersi al piacere. Venne, forte, con un suono che mi attraversò la pelle.
Mi chiese di scioglierla. Lo feci. E da lì tutto esplose. Le sue mani su di me erano carezze e presa, la sua lingua esplorava ogni angolo del mio corpo. Ci amammo per ore, tra divano e letto, perdendoci e ritrovandoci mille volte in una danza senza pause, fatta di gemiti, respiri e pelle contro pelle.
Quella notte non solo confermai quanto fossi innamorata. Ma capii che la nostra intesa era qualcosa di unico. E quella notte decisi che avrei voluto conoscerla ancora di più. Spingerla più in là. Vedere se anche lei, come me, non aveva limiti.
In lei rivedevo me stessa: la stessa follia intrigante, la stessa naturale inclinazione alla trasgressione, la stessa vertigine viscerale di chi sente il bisogno di spingersi oltre ogni regola.
Perché alcune notti non si chiudono con l’alba, continuano a bruciare sottopelle, in attesa della prossima volta.