Dopo quell’incontro sono passati molti giorni.
Eppure, il desiderio di rivederla era lì, persistente. Non mi lasciava.
Mi capitava spesso di tornare in quella strada, anche senza volerlo troppo.
C’erano amici che abitavano nel palazzo di fronte, e poi… lì vicino c’era una pizzeria dove amavo andare.
Una sera, passeggiando con una mia amica, ci troviamo proprio lì, davanti a quel portone.
E, in maniera del tutto casuale, l’incontro accade.
Lei stava rientrando con il suo cane, un lupo cecoslovacco meraviglioso.
Quando mi vide, non se l’aspettava. Fece un piccolo sussulto, e con un sorriso imbarazzato quasi volesse dire: “Oh mio Dio… non sono in ordine!”
Ma io la vidi.
Davvero.
Un cappotto lungo, sneakers bianche, capelli biondi sciolti.
La strada era semi illuminata, e lei sembrava un’ombra luminosa in mezzo a quel grigio.
Il cuore mi sussultò.
Mi girai verso la mia amica, la guardai negli occhi e con un cenno le dissi, senza dire nulla: “È lei.”
Lei ci salutò, un po’ scocciata, un po’ imbarazzata.
Le presentai la mia amica, ma fu tutto rapido.
Scappò quasi subito dentro il portone.
E io rimasi lì, sospesa tra un “Oddio, l’ho vista” e un “Perché è scappata?”.
Io e la mia amica ridemmo, cercando di indovinare in quale appartamento fosse salita, con chi potesse vivere.
Dentro di me quella sensazione che avevo avuto fin dal primo giorno diventava sempre più prepotente: “Mi sa che lei… non è single.”
Nei mesi successivi, ci scrivemmo ogni tanto, per lavoro.
E ogni volta che ricevevo una sua mail o un messaggio su WhatsApp, il cuore faceva un piccolo balzo.
Al punto da assegnarle una suoneria personalizzata, così da sapere subito che era lei.
Era un modo mio, tenero e segreto, per prepararmi all’emozione di leggere le sue parole.
Un giorno, mi scrisse per una consulenza.
Colsi subito l’occasione: le proposi di pranzare insieme, in un posto che sapevo ci sarebbe piaciuto.
Lei accettò.
E io… ero felice. Emozionata.
L’idea di trascorrere un’ora con lei, solo noi due, mi faceva battere il cuore forte.
Arrivai al ristorante. Lei era già lì, stava parlando con la proprietaria.
Appena entrai, Valentina mi sorrise: “Eccola!”.
Lei si voltò e mi sorrise anche lei, un sorriso timido, un po’ imbarazzato… e bellissimo.
Stringeva le labbra (quelle labbra) e mi salutò con un “Ciao” appena sussurrato.
Ci sedemmo. Le lasciai scegliere il posto, volevo che si sentisse a suo agio.
Valentina, insolitamente espansiva quel giorno, si trattenne a parlare con noi.
E io, mentre sorridevo e annuivo, osservavo lei.
Il modo in cui parlava. Il modo in cui si muoveva.
E poi… quella camicetta.
Sbottonata all’altezza del seno.
Intravedo il pizzo nero del reggiseno, il suo seno pieno, morbido.
Cercavo di non farmi scoprire, ma i miei occhi tornavano sempre lì.
Chissà se se ne era accorta.
Quando finalmente riusciamo a ordinare, lei tira fuori il computer.
Mi chiede un consiglio su un progetto.
Mi avvicino.
Riduciamo la distanza tra i nostri corpi.
Lo spazio vitale si assottiglia.
Meno di un metro.
È lì che capisco che qualcosa ci unisce, anche se non si dice. Anche se non si tocca.
La conversazione continua, apparentemente normale.
Due colleghi, sì.
Ma dentro di me era tutto un vortice: desiderio, scoperta, attesa.
Continuavo a guardarle le labbra.
Mi chiedevo se fossero morbide come sembravano.
E mi chiedevo, “Chi era la sua compagna? Perché non parlava mai di lei? Forse non voleva si sapesse”.
Avrei voluto corteggiarla.
Come so fare io: in modo personale, creativo, emozionale.
Regalare momenti, farla sentire viva.
Perché è così che mi racconto… lentamente.
Ma non potevo, per rispetto.
Perché non si corteggia chi non è libero, a meno che non sia lei a cercarti.
E questo, non era mai accaduto.
Stare con lei era un piacere e una tortura insieme.
Desiderarla… e non poterla avere.
Non poterla stringere, baciarla, toccarle le mani, sfiorare la sua pelle.
Eppure… c’era qualcosa.
Il suo sguardo a volte si abbassava.
Inclinava la testa, si mordicchiava le labbra.
Era fragile, vulnerabile.
E quella fragilità… mi emozionava.
Mi eccitava.
Lei mi piaceva.
Tanto.
Quell’incertezza è andata avanti per mesi.
Finché, un giorno, sempre in quella famosa strada milanese, la rividi.
Ma non era sola.
Accanto a lei, c’era una donna.
Io ero con un amico, uno dei pochi che sapeva tutto.
La salutai.
Lei, come sempre, imbarazzata.
Ma c’era qualcosa di diverso.
Una tensione.
Quella donna… io la conoscevo di vista.
E solo in quel momento tutto si collegò: “Vive lì“, “Bingo. Cazzo. È lei. È con lei. E adesso?”.
Cercai di mantenere una faccia neutra.
Ridevo, scherzavo.
Ma dentro… una tempesta.
Uno smarrimento.
Non ricordo nemmeno cosa ci siamo dette.
Ero assente, annegata nei miei pensieri.
Quando ci salutammo e girammo l’angolo, abbracciai forte il mio amico e gli dissi:
“Ho capito. Sta con lei. Non ci posso credere.”
Mi veniva da piangere.
E lui, stringendomi forte, mi disse:
“Può darsi… ma fidati, lei ti guarda in un modo diverso. Secondo me, tu… le piaci.”
Quella notte, l’ho passata tra i loro profili social, cercando di capire da quanto stessero insieme.
Come se conoscere i dettagli potesse aiutarmi a sentire meno.
Ma la verità è che sentivo tutto.
Tutto.