Arrivò finalmente “Quel giorno” lei sarebbe venuta a casa mia, nel mio rifugio, tra le mie cose. Non ci sarebbero stati treni da prendere, telefoni che squillano, né telefonate della compagna. Solo noi, finalmente. Lei rientrava da Roma e ci saremmo viste in tarda serata, verso le 23. A me non importava cenare tardi, mi importava solo condividere uno spazio mio, la mia tana con lei.
Quella sera preparai qualcosa di semplice e leggero, ma curato. Volevo mostrarle come vivo ogni giorno, come trasformo anche i gesti più piccoli in rituali d’intimità. Accesi candele, misi della musica in sottofondo, apparecchiai con cura. Le lampade nella stanza proiettavano una luce calda e soffusa, lasciando in penombra tutto tranne i nostri visi. Mi feci una doccia col mio bagnoschiuma preferito, lo stesso profumo che porto, e mi vestii con una camicia, jeans e sneakers. Non avevo idea di come avrebbe percepito casa mia, uno spazio insolito e personale, ma ogni dettaglio di quel luogo parla di me.
Mi scrisse che era arrivata e che sarebbe passata da casa prima di raggiungermi. L’ora che ci separò fu carica d’attesa, un turbinio di emozioni, desiderio, pensieri.
Quando il citofono suonò (devo davvero cambiarlo, quel suono lo odio), il cuore mi balzò in gola. Aprii e la vidi lì, davanti a me, con lo sguardo un po’ emozionato, un po’ imbarazzato. Era bellissima. Le diedi un bacio sulle labbra, la presi per mano e la condussi dentro. Si guardò intorno, notò la tavola apparecchiata, scoprì un biglietto profumato accanto al piatto, con un fiore disegnato. Le dissi dove poggiare le sue cose, misi in forno il trancio di salmone e stappai una bottiglia di vino bianco. Nonostante io sia quasi astemia, brindare con lei quella sera aveva senso.
Durante la cena parlammo tanto, ci guardammo molto. Io osservavo spesso le sue labbra, cercando di restare ancorata al presente mentre sentivo l’attesa montare. Avevo il cuore che batteva all’impazzata. Dopo tanto tempo, sapevo che sarebbe successo, eppure volevo che accadesse con intensità e verità.
Ci spostammo sul divano. Lei si sedette per terra, io restai sopra, sdraiata. Parlammo di passato, di famiglia. Ogni tanto, sorseggiando il vino, lei mi guardava con quegli occhi intensi. A un certo punto, la presi per mano, la baciai e iniziai a spogliarla, lentamente, con desiderio ma anche con dolcezza. Non volevo fosse un semplice scopata. Desideravo regalarle un’emozione vera, qualcosa che le restasse sulla pelle. Volevo che sentisse cosa provavo. Ogni tocco era intenzione, racconto, vibrazione.
Il mio desiderio era quello di possederla, sì, ma anche di prendermi cura di lei, del suo corpo, ascoltarlo, decifrarlo. Scoprirla mentre si lasciava andare, mentre si eccitava, mentre rispondeva ai miei gesti. Guardare i suoi occhi mentre la penetravo fu qualcosa che mi tolse il respiro. Per un attimo, fugace ma intenso, sentii che c’era un “noi”.
Dopo i momenti vissuti sul divano, ci spostammo a letto. Continuammo a cercarci, a baciarci, a perderci. Vederla tra le mie gambe, profondamente coinvolta, mi fece perdere il controllo: un cortocircuito tra pelle e cuore.
Quando finalmente ci fermammo, credo fossero le cinque del mattino. Esauste e sudate, mi posi una domanda: “Resterà, o se ne andrà?” Ricordavo le sue parole, dette mesi prima: “Io dopo una scopata vado via, non resto mai”. Con la mia migliore amica avevamo anche fatto una scommessa. Lei era convinta che sarebbe rimasta, io pensavo sarebbe andata via. Il mio solito cinismo da Gemelli.
Ero lì, piena di dubbi, come un criceto che corre in tondo. “Le chiedo di restare? Le dico che mi farebbe piacere? O aspetto e vedo cosa fa?”.
Mentre quei pensieri mi ronzavano nella testa, lei si avvicinò in silenzio, mi abbracciò e poggiò dolcemente la testa sul mio petto. Come un cucciolo che cerca rifugio. In quell’istante tutto si zittì, ogni domanda si dissolse. Dentro di me, il criceto smise di correre.
Sentirla addosso mi diede una sensazione di pace profonda, di appartenenza. Dormire con lei fu sorprendentemente naturale, come se fosse sempre stato così. Ogni suo movimento in casa sembrava al posto giusto, come se ne fosse parte da sempre. Restammo abbracciate tutta la notte, senza mai lasciarci. Al mattino ci svegliammo presto, con il mondo che bussava alla porta e il lavoro che ci reclamava.
Le preparai la colazione, come amo fare. Gesti semplici, ma carichi di significato: un bicchiere d’acqua posato accanto al letto, una tazza di caffè stretta tra le mani. Dettagli che parlano silenziosamente di cura, di presenza. È così che esprimo ciò che sento, attraverso piccole attenzioni che scaldano il cuore. Come quando esprimo le mie emozioni su carta, usando il pennello giapponese che ho portato a casa da un viaggio lontano. Perché per me, l’amore vive nei dettagli, nei gesti silenziosi.
Dopo una doccia veloce, ci scambiammo un bacio profondo. Lei uscì di casa.
La osservai mentre si allontanava e, dentro di me, una sola certezza: lei non è mai stata, e mai sarà, solo una scopata.