Il cavallo di ferro – 1 parte 1° puntata di Piazza CastelloTempo di lettura: 9


Questa mattina fa davvero freddo, il colore festoso delle luminarie natalizie contrasta con la luce grigia di questo timido sole che proprio non riscalda.

Io e i miei amici sconosciuti siamo in attesa del Tram 1 in piazza della Repubblica.

C’è chi sbadiglia, chi legge il giornale, i soliti face down impegnati nel controllare che il loro mondo social sia sopravvissuto alla notturna guerra dei like, e poi ci sono io, che maledico di non aver messo i guanti e mi sembra di tenere tra le dita un ghiacciolo anziché un libro.

Arrivato il nostro cavallo di ferro finalmente saliamo, pochi minuti all’ufficio, giusto il tempo di leggere qualche riga de “Il lamento del prepuzio”.

Sento posarsi su di me l’attenzione di uno sguardo, alzo gli occhi ed incrocio i suoi occhi. Sorrido istintivamente e torno tra le righe senza leggere, perché avverto che lei è ancora lì, su di me, a meno di un metro.

Una frenata brusca ci scompone, costringendomi ad afferrare una maniglia con un gesto goffo che mi fa perdere la presa sul libro, scaraventandolo a terra.

È lei a raccoglierlo per prima e porgendomelo a domandare: “tutto bene?”.

“Sì, grazie” e non so perché, arrossisco sfiorando la sua mano mentre mi restituisce il libro. Un gesto quasi scontato il suo, visto che fino ad un attimo prima mi stava guardando con educata insistenza.

C’è qualcosa che mi incuriosisce in questa donna e rimango qualche secondo appesa al suo profumo, prima di scendere in piazza Cordusio.

Le porte si chiudono dietro le mie spalle. Mi volto per cercare un’ultima volta i suoi occhi. I nostri sguardi si incrociano e restano uno nell’altro fino a quando lei non scompare, portata via dal tram.

Che peccato, questo gioco di seduzione iniziava a piacermi. Ci stava provando con me?

In mezzo alla piazza sorrido come una stupida, penso che le mie sensazioni siano solo il film mentale di una che non scopa da un pezzo!

Tra un atto notarile e l’altro ripenso ai suoi occhi e la ricordo in ogni singolo dettaglio: capelli castani e corti, magra, troppo magra, labbra rosse e volto squadrato. Aria severa la sua, spezzata da una voce calda e gentile. Belle mani affusolate, curatissime.

“Gaia smettila di pensare ad una sconosciuta e concludi questa giornata”, credo di essermelo ripetuta a voce alta mille volte.

Torno verso casa. Milano è bellissima tutta illuminata, vale la pena farsela a piedi per riempirsi i polmoni di aria di festa e metalli pesanti.

Le vie scintillanti e ricche di ogni cosa contrastano con le lenzuola di cartone dei clochard che si preparano ad affrontare l’ennesima fredda notte.

Finalmente a casa. Sono felice della camminata appena conclusa, nonostante abbia fatto un po’ tardi. Ora mi voglio regalare una cena golosa, un piccolo strappo alla mia solita dieta che precede le feste e per una volta addio ai sensi di colpa.

Sveglia dalle sette, anche questa mattina sono qui al freddo, con il sottofondo di clacson e colpi di tosse ad attendere il mio tram. Un giorno ancora e poi finalmente pausa per il ponte dell’Immacolata.

Un “ciao” seguito da un tocco sulla mia spalla, spezzano la monotonia dell’attesa. È lei, la mia raccoglitrice di libri personale. L’emozione mi percorre la schiena con un brivido.

“Ciao!” ed è più forte di me, le sorrido.

“Niente libro oggi?” mi chiede.

“No, oggi no” le rispondo.

“Piacere Anita”, e io “piacere Gaia”.

Le nostre mani si stringono e per un momento restiamo incantate, immobili.

Stride il cavallo di ferro, interrompendo quei secondi di contatto che a me sono sembrati eterni.

Saliamo in tram, spinte e sollecitate dagli altri passeggeri.

Schiacciate un po’ come sardine, ma per la prima volta sono felice di essere in scatola.

“Scendi sempre in Cordusio?“ mi domanda.

“Sì, lavoro in uno studio notarile lì vicino e tu?”

“Io scendo in Cairoli, lavoro in una società di ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali che ha sede in quella zona. Hai tempo per un caffè?”

Il cuore mi balza in gola, con tutta l’emozione di chi ha la netta sensazione che la realtà stia precedendo la fantasia, spiazzandomi.

“Purtroppo ho solo dieci minuti, troppo pochi?”

“Per oggi ce li facciamo bastare. Scendo con te.”

E in questo momento desidero quindici gocce di Xanax sotto la mia lingua, per placare l’emozione che si è fatta ansia.

Guardandomi mi chiede: “macchiato? Zucchero?”

“Macchiato freddo senza zucchero, grazie Anita”, le rispondo.

Pronunciare il suo nome mi riempie la bocca, suona bene tra le mie labbra.

“Andrai via per il ponte?”, mi domanda mentre beve l’ultimo sorso di caffè.

“No, resterò in città ad aiutare un’amica a traslocare. Inoltre ne approfitterò per finire i regali così da non pensarci più. E tu?” Mentre penso: “dai ti prego dimmi che sarai in città!”

“Io andrò a Londra, rientrerò domenica dopo pranzo”, la sua risposta mette inconsapevolmente fine al mio film mentale.

“Mi spiace dover terminare questa piacevole e inaspettata colazione, ma adesso devo proprio andare. Grazie per il caffè.”

Lei domanda: “posso accompagnarti? Poi proseguirò a piedi verso l’ufficio”.

“Certo che puoi.”

Mi godo questi cento metri scarsi con lei al mio fianco. Siamo molto vicine per essere due sconosciute. I nostri gomiti si sfiorano più di una volta. Nessuna parola, solo un silenzio dolcemente imbarazzato.

Il suo profumo mi inebria e accarezza, vorrei poterlo avere addosso per le prossime ore.

Arrivate alla portineria del mio ufficio, tutto avrei voluto fuorché salire in studio e lasciarla andare.

Siamo una di fronte all’altra a non più di due palmi, oserei dire a portata di bacio.

“Buon lavoro Gaia, spero di rivederti presto.”

“Quando?”, chiedo sfacciatamente.

“Il tempo di rientrare da Londra direi.”

“Ti posso lasciare il mio numero?”, stupore sul suo volto.

“Va bene, lo annoto.”

“Ciao Anita. Salgo, altrimenti il notaio chi lo sente. A presto.”

“Ciao Gaia, al prossimo caffè.”

Faccio i gradini a due a due con un equilibrio straordinario per i tacchi e la gonna stretta che indosso.

Non mi sembra vero ciò che è appena accaduto. Un sorriso ebete è stampato sul mio volto.

Trascorro la pausa pranzo in attesa di un suo messaggio, ripercorro mentalmente ogni istante e mi scopro emozionata. Tra un morso e l’altro al tramezzino sbircio il cellulare, ma non c’è alcun segno di lei.

Passano le ore.

Conto i minuti che mi separano da cappotto e borsa. Esco dall’ufficio e controllo compulsivamente il cellulare. Resto delusa vedendo che gli unici messaggi sono le enciclopediche cazzate dei gruppi WhatsApp e due messaggi di Silvia: uno per avvisarmi che aveva noleggiato il furgone per il suo trasloco e l’altro che suo padre ci avrebbe aiutate con gli scatoloni.

La felicità di un caffè preso con Anita, sta facendo spazio ad una certa malinconia. La mente viaggia in cerca di giustificazioni: forse è stata impegnata in una giornata fitta di riunioni ed è già partita, oppure ha memorizzato male il mio numero.

Mi assale un senso di colpa per la mia sfacciataggine, forse non avrei dovuto darle il numero e devo fare i conti con una fantasiosa pellicola da riavvolgere nel mio cervello. Un freno a mano da tirare a livello emozionale. Attendere quel messaggio, vivere la mia vita che da lì a poche ore prevede il trasloco della mia amica Silvia, la donna con più capi d’abbigliamento e paia di scarpe che si sia mai vista su questo pianeta.

“Silvia chi guida il furgone?”

E la sua risposta “io tesoro” è stata decisiva per convincermi che era giunto il momento di farmi credente e praticante di una qualsiasi religione, perché solo un Dio ci avrebbe mantenute sane e salve in questa avventura.

“Silvia tu hai dato l’esame della patente a vent’anni, ora ne hai quarantuno. L’ultima volta che hai guidato, è stato dieci anni fa ed era un cammello.” Sicura risponde: “Gaia sei in malafede, dimentichi che io guido abitualmente la Vespa”.

A questa sua affermazione alzo gli occhi al cielo dicendole: “certo! La vespa è in box dai tuoi e da verde è diventata grigio polvere. Fortuna che ogni tanto tuo fratello la usa. Se fosse per te, sarebbe marcia”.

Il trasloco è filato liscio: sei scatoloni di scarpe, quattordici scatoloni di abbigliamento, due valigie di libri, due scatoloni di stoviglie, una scrivania, l’immancabile libreria Billy, un pouf di pelo fucsia, il gatto Tommy col suo trasportino e lettiera annessa.

Il furgone lo ha riconsegnato leggermente più corto, ma vederla felice non ha prezzo, ad eccezione della franchigia. Però a questo particolare ci pensa suo padre.

Un sushi con Silvia, tra gli scatoloni, è il momento giusto per raccontarle di Anita e dell’incredibile e inspiegabile attrazione che ho per questa sconosciuta.

E’ molto felice per me e mi rassicura sul fatto che secondo lei a breve riceverò un messaggio o una telefonata: “vedrai che ti scriverà o ti chiamerà, non essere impaziente come al solito. Magari è stata molto impegnata o è timida. Altrimenti è etero e confusa, oppure fidanzata. È fidanzata? È etero e fidanzata?”

“Silvia non lo so, non c’è stato il tempo per capirlo.”

Silvia è una barbie con un gran cervello ed un gran cuore, ma soprattutto è la mia miglior amica, una consigliera preziosa, sincera.

Giovedì e venerdì passano in fretta tra il riordino della casa di Silvia e l’addobbo a festa della mia.

Sabato di acquisti e così anche i regali di Natale sono depennati. Lo shopping è quell’attività che ti dà la scusa per essere stanca pur avendo fatto il solo sforzo di strisciare la carta di credito. Dopo un’attività così intensa, cosa c’è di meglio del ritrovarsi per una cena tra amiche? Cena rigorosamente ordinata in gastronomia, perché la voglia di cucinare questa sera è per tutte inesistente.

Buon vino, tante risate, dvd di amiche in Arena, seguiti da canti, accenni di ballo e quando dico accenni, intendo proprio sedute sul divano con le gambe che danzano, ma guai ad alzare il fondoschiena pesante!

Le ore passano ed è giunto il momento dei saluti.

“Ciao ragazze, ci vediamo domani mattina al Biancolatte. Non fate impazzire il taxista.”

Doccia, letto e arriva l’inaspettato messaggio di Anita: “ciao Gaia, ti va di vederci oggi pomeriggio alle 17 davanti all’ingresso della Triennale? Mi farebbe molto piacere. Anita”.

Scrivi all’una di notte? Rispondo: “Ciao Anita, molto volentieri. Ci vediamo alle 17. Buona notte”.

Memorizzo il numero e resto online per qualche minuto, speranzosa di ricevere un altro messaggio ma lei è offline. A me cala la palpebra e quindi “ciao mondo”, ho solo voglia di dormire.

 

Fine 1° puntata di Piazza Castello – 1 Parte

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